Cass R. Sunstein – Voci, gossip e false dicerie

Voci, gossip e false dicerie

“…il libero mercato delle idee induce la gente ad accettare calunnie distruttive. In casi estremi, queste false notizie possono generare disprezzo, paura, odio e anche violenza. È importantissimo riuscire a porre un freno alle dicerie nocive, non solo per proteggere le persone dalla negligenza e dalla crudeltà […], ma anche per garantire il corretto funzionamento della democrazia stessa.”Questo piccolo libro si propone l’obiettivo di rispondere a due ordini di domande. Il primo: perché i comuni esseri umani danno credito alle dicerie, anche a quelle false, distruttive o bizzarre? Perché alcuni gruppi, e perfino alcune nazioni, accettano voci che altri gruppi e nazioni giudicano insensate? E il secondo: cosa possiamo fare per proteggerci dagli effetti nocivi delle false dicerie? Una “voce”, una diceria, è grossomodo un’affermazione di cui non è dimostrata la veridicità, ma che passa di bocca in bocca e acquista credibilità solo perché altri sembrano credervi. Ma ci sono altri motivi che spingono a prendere per vera una voce priva di prove dirette: per esempio se va incontro alla paura o alla speranza della gente o se fa riferimento a una “teoria del complotto”. Le voci si diffondono perché ciascuno di noi tende a basarsi su ciò che fanno e pensano gli altri, soprattutto quelli a noi più vicini. In mancanza di informazioni di prima mano accettiamo le loro opinioni. E, se apparteniamo a un certo gruppo o partito, si assisterà a una polarizzazione tra le nostre opinioni e quelle dei gruppi rivali. Più il nostro gruppo crede a una diceria, più noi butteremo alle ortiche le nostre titubanze. Più il gruppo rivale crede a una diceria, più noi ci convinceremo della sua falsità. Sono questi i meccanismi che Sunstein ci aiuta a smontare, a “raffreddare”, dedicando particolare attenzione all’enorme propagazione di notizie incontrollate attraverso internet e ai possibili rimedi.

Enzo Rutigliano – Guerra e società

Guerra e società

Che cosa sia la sociologia della guerra non è facile da stabilire, perché non vi è una grande tradizione sociologica che si definisca con questo nome. Di certo essa è tutt’altra cosa rispetto alle numerose trattazioni della guerra fatte da scrittori, storici, strateghi militari. Indagare il ruolo che le società hanno avuto nell’evoluzione delle guerre e quello che le guerre hanno avuto nello sviluppo delle società è l’intento di questo libro, che ripercorre agilmente i cambiamenti nella forma, nella strategia, negli obiettivi dei conflitti mettendoli in relazione con l’organizzazione sociale ed economica delle società interessate. Particolare attenzione è riservata alle profonde trasformazioni che la guerra ha subito negli ultimi decenni e che l’hanno modificata al punto di confondere ogni categoria usata in passato per definirla. Con la comparsa del terrorismo a cambiare è infatti il concetto stesso di guerra: essa è senza quartiere, il suo campo di battaglia coincide con il mondo e con le attività che in questo si svolgono. Ne risulta una situazione destabilizzante, di continuo rischio, che riflette la debolezza e la vulnerabilità delle società molto evolute e che mette a repentaglio l’equilibrio fra libertà e sicurezza nelle democrazie occidentali.

Walter Lippman – L’opinione pubblica

L’opinione pubblica

Giornalista e saggista, nel 1917 Walter Lippmann ricoprì la carica di sottosegretario aggiunto Usa alla Guerra: un breve interludio, che pure rappresentò uno strategico punto di osservazione delle convulsioni comunicative di una società democratica, apparentemente inconsapevole della propria complessità. Pubblicato nel 1922, L’opinione pubblica conserva la sua carica euristica, la sua lucida provocatorietà e ricchezza descrittiva. L’assunto è limpido: come avviene quel complesso e solo apparentemente «normale» processo attraverso cui le nostre opinioni diventano Opinione pubblica, Volontà nazionale, Mente collettiva, Fine sociale? Come «l’opinione pubblica» costruisce i propri miti, i propri eroi, i propri nemici, strappandoli alla storia e catapultandoli in una leggenda paradossalmente effimera? Lippmann indaga e descrive i meccanismi attraverso cui le immagini «interne» elaborate nelle nostre teste ci condizionano nei rapporti con il mondo esterno, gli ostacoli che limitano le nostre capacità d’accesso ai fatti, le distorsioni provocate dalla necessità di comprimerle, «raccontando» un mondo complicato con un «piccolo vocabolario»; infine, la paura stessa dei fatti che potrebbero minacciare la vita consueta. A partire da questi limiti, l’analisi ricostruisce come i messaggi provenienti dall’esterno siano influenzati dagli scenari mentali di ciascuno, da preconcetti e pregiudizi. Il testo di Lippmann ci offre anche una lucida critica del sistema politico democratico che ambisce a governare società sempre più complesse.

Beverley J. Silver – Le forze del lavoro. Movimenti operai e globalizzazione dal 1870

Le forze del lavoro

II punto di partenza del libro è un quesito: il movimento operaio è destinato irreversibilmente a perdere la sua forza e la sua capacità negoziale? L’autrice studia le trasformazioni principali delle lotte operaie, il passaggio dalla centralità del settore tessile a quella del settore automobilistico fino a quelle odierne dei settori dei trasporti e delle comunicazioni e mostra il ruolo che ancora oggi in molte parti del mondo, specialmente dove è stata delocalizzata parte dell’attività industriale, giocano i movimenti dei lavoratori. La ricerca è condotta in maniera rigorosa, e il ventaglio di possibilità di azione e organizzazione che presenta non derivano da una tesi a priori, ma da un’attenta disamina dei dati sull’andamento delle lotte operaie in una pluralità di paesi del Nord e del Sud del mondo. Il libro è un esempio raro di sociologia rigorosa, basata su analisi comparative di lungo periodo capaci anche di fornire ragionevoli previsioni sulla direzione che i fenomeni sotto osservazione prenderanno nel futuro.

Cristopher Lasch – La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in un’ età di disillusioni collettive

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In questo saggio Christopher Lasch offre una severa e corrosiva analisi dei modelli culturali dominanti nella società americana dagli anni Settanta in avanti, condizionata da un individualismo esasperato che si diffonde a livelli di massa e trasforma stili e comportamenti della vita quotidiana. Gli Stati Uniti, assunti come quadro di riferimento, rappresentano ancora una volta il modello cui vanno conformandosi le società occidentali più avanzate: nell’inversione di tendenza della cultura americana si possono infatti riconoscere molti dei tratti che hanno segnato i nostri anni Ottanta e Novanta. La diffusa caduta della tensione politica, l’esasperata pratica dell’autocoscienza, il culto del corpo, l’ossessione della vecchiaia e della morte, la liberalizzazione sessuale sono le manifestazioni più importanti dell’edonismo statunitense. Lasch, con continui slittamenti dalla fenomenologia del costume alla storia, dalla letteratura alla psicologia, approfondisce la sua ricerca documentando le conseguenze che la deriva del narcisismo ha avuto nella pratica politica, nello sport, nell’immaginario, nella scuola, nel mondo del lavoro, nella famiglia, nel rapporto tra i sessi ecc. Una nuova postfazione dell’autore, La cultura del narcisismo rivisitata (1990), mette in evidenza la sostanziale attualità delle tesi del volume e ne sottolinea la validità in una società sempre più dominata da grondi organizzazioni burocratiche e dai mass media.

George Chamayou – Teoria del drone. Principi filosofici del diritto di uccidere

Teoria del drone. Principi filosofici del militarismo democratico

“Cazzo, che bel bersaglio! Provo a passare da dietro e li faccio fuori”. Non è un cecchino a parlare dal tetto di un edificio, ma qualcuno di comodamente seduto alla base militare di Creech, in Nevada. Sta pilotando un drone che si appresta a lanciare un missile Hellfire su un gruppo di persone sospette in Afghanistan. Con i droni, tra il grilletto sul quale si poggia il dito e la canna da cui uscirà il proiettile ci sono migliaia di chilometri. Una distanza che rimette in discussione l’idea stessa di conflitto militare: che cos’è infatti un combattente che non combatte? Si può ancora parlare di guerra quando il rischio non è simmetrico? Quando interi gruppi umani sono ridotti allo stato di potenziale bersaglio? Nella guerra a distanza, poco importa che siano delle macchine a uccidere esseri umani, l’importante è che lo facciano in modo umano. Eppure dietro questa meraviglia della tecnologia militare non poche sono le questioni etiche, psicologiche e giuridiche che vi si celano. Attraverso il paradigma del drone, Grégoire Chamayou, ricercatore del CNRS francese e affermato esponente del pensiero critico d’oltralpe, coglie l’occasione per portare avanti un’analisi esaustiva delle trasformazioni della sovranità e delle sue forme di punitività.

Vladimiro Giacchè – La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea

Perché chiamiamo «democrazia» un paese dove il governo è stato eletto dal 20% degli elettori? Perché dopo ogni «riforma» stiamo peggio di prima? Come può un muro di cemento alto otto metri e lungo centinaia di chilometri diventare un «recinto difensivo»? Le torture di Abu Ghraib e Guantanamo sono «abusi», «pressioni fisiche moderate» o «tecniche di interrogatorio rafforzate»? Cosa trasforma un mercenario in «manager della sicurezza»? Perché nei telegiornali i Territori occupati diventano «Territori»? Rispondere a queste domande significa occuparsi del grande protagonista del discorso pubblico contemporaneo: la menzogna. Se un tempo le verità inconfessabili del potere erano coperte dal silenzio e dal segreto, oggi la guerra contro la verità è combattuta e vinta sul terreno della parola e delle immagini. Questo libro ci spiega come funziona e a cosa serve l’odierna fabbrica del falso.

Geert Loovink – Zero comments. Teoria critica di internet

Zero comments

In questi che sono gli anni della “critica della rete”, secondo Geert Lovink, si sta sempre più mettendo in discussione il modello economico del Web 2.0. “Perché gli utenti dovrebbero continuare a pubblicare tutti quei dati privati, dai quali una manciata di aziende ricava miliardi di dollari di profitti? Perché dovrebbero cedere gratuitamente i loro contenuti mentre un pugno di imprenditori del Web 2.0 sta guadagnando milioni? Che prezzo siamo disposti a pagare per la gratuità? Perché si usa l'”immaginazione collettiva” per escogitare modelli sostenibili per una cyber-infrastruttura pubblica? È ora di rompere il consenso libertario. È tempo di tornare a essere utopisti e cominciare a edificare una sfera pubblica al di fuori degli interessi a breve termine delle corporation e della volontà di regolamentare dei governi. È ora di investire nell’educazione, ricostruire la fiducia e svincolarsi dalla retorica securitaria post 11 settembre.”

Nicholas Carr – Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello

Internet ci rende stupidi?

Mentre usiamo a piene mani i vantaggi della Rete, stiamo forse sacrificando la nostra capacità di pensare in modo approfondito? Il lettore troverà qui una delle più avvincenti spiegazioni delle conseguenze intellettuali di Internet che siano mai state pubblicate. Il nostro cervello cambia in risposta alle nostre esperienze: mentre un libro incoraggia il pensiero profondo e creativo, Internet favorisce l’assaggio rapido e distratto di piccoli frammenti di informazione tratti dalle fonti più disparate. La Rete ci sta riprogrammando a sua immagine e somiglianza?

Vincenzo Ruggiero – Perché i potenti delinquono

Perché i potenti delinquono

In tempi di antipolitica e populismo la sensazione che le classi dirigenti commettano crimini e utilizzino il loro potere a fini antisociali è molto diffusa. In realtà, la disciplina che si occupa specificamente di questo tipo di comportamenti, la criminologia, si è molto poco occupata della questione. Per molti criminologi, i reati si spiegano con la debolezza dei legami sociali, con una situazione di vita svantaggiata, con fattori di devianza e isolamento: ma se così è, come mai coloro che fanno parte di gruppi sociali forti e stabiliti come le élite, che possono contare su ampia disponibilità di mezzi e capitali, che stanno in cima alla piramide sociale possono arrivare a infrangere la legge? Altre discipline e altre forme di conoscenza hanno molto da dire a questo riguardo, e per questo Vincenzo Ruggiero allarga il suo sguardo dalla criminologia a un vero e proprio ventaglio disciplinare, che comprende scienza politica, economia, filosofia e letteratura. In questo modo, Ruggiero mette a fuoco le molteplici caratteristiche del potere criminale: la sua capacità anfibia di stare contemporaneamente dentro e fuori la legge, la sua forza ideologica, che è in grado di piegare il pensiero etico e filosofico alle proprie necessità di giustificazione, la sua natura ambigua, per cui spesso non è chiaro se il problema non sia tanto quello di distinguere un uso criminale del potere da uno benefico, quanto di vigilare su ogni esercizio di potere, da parte di chiunque. Un libro di grande coraggio intellettuale, che cerca di colmare una lacuna del pensiero criminologico per parlare di un problema scottante e sempre di grande attualità.