Archivi tag: Narrativa russa
Aleksandr Bek – La nuova nomina
La crisi dello stalinismo nel romanzo-documento di un grande scrittore sovietico.
Bulat Okudzava – Il povero Avrosimov
Il romanzo, uscito sui numeri 4, 5 e 6 della rivista « Družba Narodov », ha rappresentato il caso letterario sovietico del 1969: accolto con diffidenza dalla critica ufficiale, è andato a ruba tra i lettori. L’impianto della narrazione è apparentemente storico e realistico, ma si tratta più che altro di un artificio per aggirare i canoni letterari imposti dall’estetica del regime. Pietroburgo 1826: un momento di durissima repressione zarista, dopo il fallito tentativo insurrezionale degli ufficiali decabristi. Il povero Avrosimov, un giovane possidente di campagna, è chiamato a redigere i verbali dell’inchiesta. Diventa così un modesto ingranaggio della macchina statale in piena azione terroristica. Ma la sua partecipazione al processo va al di là dei limiti segnati dalla mansione di scrivano; si dilata in una sorta di ipnosi che non gli permette di distinguere tra sogno e realtà fino a trasformarlo in complice di un complotto per liberare Pestel’, il capo dei congiurati. Nemmeno la fine del processo permette a! protagonista di tornare alle sue abituali certezze. In un turbine di eventi ambigui, figure, ambienti, problemi morali e esistenziali si confondono. La realtà è definitivamente compromessa e solo così le vicende di Avrosimov possono avere il loro squallido lieto fine. «Tuttavia, lasciamo perdere. Lasciamo perdere vi dico! » è la conclusione di Okudžava.
Konstantin Paustovskij – Le nubi scintillanti
Libertà senza limiti dell’iminaginazione, gusto dell’avventura e dell’esotismo, esaltazione dei valori dell’individuo spinta a tratti sino a un istintivo vagheggiamento di ideali anarchici, caratterizzano sin dagli inizi la narrativa di Paustovskij, l’unico grande romanziere sovietico che sia riuscito a portare avanti sin dentro il « disgelo » una sua linea di coraggiosa e coerente autonomia espressiva, senza scendere a compromessi e senza incorrere, tuttavia, nell’ostracismo della critica ufficiale. Ne Le nubi scintillanti il più importante romanzo della sua prima fase creativa, scritto e pubblicato nel 1928 — la fantasia tipica dello scrittore si organizza spontaneamente nei modi del racconto poliziesco e d’avventura. Erano gli anni in cui i formalisti russi, da Šklovskij a Ejchenbaum, teorizzavano la « canonizzazione dei generi minori » sottolineando l’importanza di un’arte che utilizzasse a fini rivoluzionari espedienti come quelli dell’intrigo, del colpo di scena e dello sviluppo « a sensazione ». Il filo conduttore della narrazione è la ricerca del diario di un aviatore poeta, sottratto da un avventuriero americano: ricerca che conduce attraverso Russia, Ucraina e Caucaso un terzetto di personaggi mossi da una sottile e struggente inquietudine. Soste nei porti e in cittadine che hanno profumi e misteri d’oriente, apparizioni bizzarre, amori con prostitute dostoevskiane, colpi di pistola e risse nelle taverne sono le tappe di un itinerario nel quale si congiungono idealmente una ironica eco dell’allora nascente cinema d’azione, l’omaggio ai grandi maestri della letteratura fantastica come Stevenson e Poe e il mito tipicamente russo e romantico del viaggio inteso come simbolo di evasione e conoscenza. Alla celebrazione e alla stilizzazione dell’esotico, che si rispecchia — come in Babel’, uno scrittore a cui Paustovskij fu intimamente legato durante il suo soggiorno a Odessa — nelle forme sgargianti del paesaggio e del folclore meridionali, fa riscontro ne Le nubi scintillanti una prosa al tempo stesso calcolatissima e naturale, densa di riferimenti reali e slanci visionari.
Vladimir Tendrjakov – Straordinario
Nella scuola media di una quieta cittadina sovietica di provincia scoppia uno scandalo: una studentessa della decima classe (la nostra terza liceo), una giovane comunista, figlia di un funzionario locale del partito, crede in Dio. Poche settimane più tardi si scopre che anche il professore di matematica e fisica è un credente. Questa notizia sconvolge studenti ed insegnanti e costringe il direttore della scuola, che conduce in prima persona il racconto, a un severo esame di coscienza. Vengono messi in discussione i criteri d’insegnamento e, più in là, i principi che regolano la vita sociale: i dirigenti locali del partito seguono con apprensione gli sviluppi della vicenda. Intanto il professore è costretto a lasciare l’insegnamento: la ragazza invece, fatta segno all’ostilità dei compagni, attraversa una crisi profonda che finirà per soffocare in lei ogni slancio spirituale. In questo nuovo romanzo, che non mancherà di stupire il lettore italiano, rivelandogli un aspetto inedito della realtà sovietica, Vladimir Tendrjakov affronta il problema della democrazia e dell’educazione alla vita democratica in una società che voglia essere autenticamente socialista. Estremamente significative sono le pagine che illustrano le elezioni organizzate nella scuola, dove i due partiti in lizza sono quello dei «fisici» e quello dei « lirici », cioè i rappresentanti della cultura tecnicistica e della cultura umanistica. Ed è interessante che l’opposizione alla religione in Straordinario non sia condotta secondo la linea ufficiale sovietica di un facile e volgare scientismo, ma da un punto di vista storico-sociale che faticosamente ma chiaramente emerge.
Viktor Nekrasov – Kira
Come già nel romanzo Nella città natale (Einaudi, 1955) che rivelò Viktor Nekrasov, il motivo del «reduce» ha un ruolo centrale anche in Kira Geòrgievna (1961): “Ma qui a ritornare, a reinserirsi nella collettività non è un soldato, ma un «riabilitato», un intellettuale. Arrestato nel 1937 durante le purghe staliniane come « nemico del popolo», Vadìm viene liberato dai campi di lavoro nella Russia di Kruscev. Il vero centro del dramma del ritorno non è lui, ma Kira, sua moglie: una scultrice inquieta, sognatrice, un po’ frivola. La ricomparsa di Vadìm dopo vent’anni trova Kira in una situazione complessa: vive con un altro marito, un vecchio pittore «ufficiale», ma ha una relazione con Jurocka, il giovane operaio che le fa da modello. L ‘apparizione di Vadìm rimescola i destini di tutti e ridistribuisce i ruoli. Nekrasov è narratore sobrio e asciutto. L ‘attenzione che porta ai sentimenti, la malinconica trepidazione per il destino dell’uomo lo avvicinano al grande filone cechoviano.
Vladimir Rasputin – L’ultimo termine
Nella povera isbà di un villaggio sperduto in mezzo alla taiga siberiana, lontano dalle immense centrali elettriche e nucleari che vanno sorgendo a ritmo incalzante, una vecchia madre vive le sue ultime ore di vita. Dalla città, dal kolchos ormai trasformato in impresa statale, dalle regioni più a nord della Siberia, dove la natura è ostile e il lavoro è ben pagato, giungono i figli a radunarlesi intorno per l’ultimo saluto. Ma la morte non ha tanta fretta. Loro vorrebbero che tutto fosse finito, e poter dire: c’eravamo anche noi, e tornare alla loro caotica vita. Non bastano i ricordi a trattenerli, l’anello cui era sospesa la culla, il bosco che li ha visti bambini. In mezzo a loro, alla loro ottusa insofferenza, la vecchia madre gode del tepore del sole, del canto degli uccelli che si rincorrono tra gli abeti e le betulle, gode e sa che molto presto — anche se i figli non avranno la pazienza di aspettare — conoscerà « il segreto del sole e molti altri segreti che non è dato conoscere in vita ». In questo delicato romanzo, che in alcuni momenti di maggiore veridicità fa pensare alla sublime Morte di Ivan Il’ić narrata da Tolstoj, Valentin Rasputin ha messo molta amarezza, ma anche molta poesia
Jurij Trifonov – Il vecchio/Un’altra vita
L’opera di Jurij Trifonov è ormai al centro, anche in Occidente, di un “caso” letterario che fa definitivamente giustizia di un vecchio equivoco: quello secondo cui tutta la letteratura regolarmente pubblicata in Unione Sovietica sarebbe “ufficiale” e conformistica. Nell’analisi sottile e inquietante che Trifonov compie della vita quotidiana e della storia recente del suo paese, vivono infatti elementi attivi di critica e denuncia che inducono alla riflessione in modo non meno pressante, e spesso anzi più persuasivo, della cosiddetta letteratura “del dissenso”. Tra i romanzi dedicati da Trifonov all’ambiente e ai problemi della media intellighentsija cittadina, UN’ALTRA VITA costituisce forse il risultato più intenso e perfetto. Lancinante parabola della vita di coppia, esso si impone al lettore sia per il magistrale equilibrio tra cronaca e incubo, sia per l’implacabile messa a fuoco di alcune contraddizioni interne alla società sovietica attuale: l’arrivismo, il mito del benessere, il compromesso, la mancanza di ideali. Nell’intreccio tra passato e presente si snoda anche la vicenda de IL VECCHIO, dove la figura di Pavel Evgrafovič, un vecchio bolscevico tormentato dal ricordo dell’ingiusta fucilazione di un suo compagno di lotta, diventa punto focale di un confronto tra la tempesta rivoluzionaria di ieri e la drammatica banalità di oggi. Alle lotte del febbraio del ’17, alle rivolte dei “bianchi”, alle epurazioni e ai processi per tradimenti spesso solo supposti, fa da contrappunto l’irrompere continuo della realtà contemporanea: le difficoltà nel lavoro, l’alcolismo, l’arrangiarsi a spese degli altri, l’eterna ricerca di una casa. Tra storia e quotidianità, tra dimensione collettiva e individuale, ritornano in questi due capolavori i temi più cari a Trifonov, che li affronta con la forza e il coraggio delle sue pagine migliori, confermandosi uno dei più rilevanti e “scomodi” autori sovietici dei nostri giorni.
Sergej Dovlatov – Compromesso
Un grande scrittore racconta come nasceva in una redazione russa una non-notizia: dodici cronache irresistibili dal regno globale della non-comunicazione.
Sergej Dovlatov – Il parco di Puskin
Anarchico, vagabondo, individualista, solidale con ogni eversione solitaria: le narrazioni di Dovlatov posseggono un’incantevole forza di immedesimazione per il lettore. Voce narrante e protagonista insieme di storie che hanno l’inconfondibile marchio del vissuto, la prosa rapida e classica di Dovlatov dà un «ordine lirico» – è stato detto – a un caos naturale. E trascina in viaggi, lungo il percorso di una trama, in un mondo popolato di umoristi naturali, che esprimono la totale insensatezza esistenziale, la definitiva casualità che stringe nel paradosso ogni genere di personalità: siano essi i confusi emigrati ex dissidenti (come nei romanzi ambientati nell’America dell’esilio) siano gli stralunati ubriaconi, mezzi intellettuali mezzi barboni, suoi amici nell’URSS anni Settanta, come in questo romanzo. Nel parco letterario Puškin, per sbarcare il lunario, è finito a fare da guida uno scrittore dissidente e fallito: dissidente dal mondo e fallito a ogni possibile impresa, il negativo esatto di quello che Puškin rappresenta per la mitologia dominante. Nei suoi giorni ciondolanti incontra persone di ogni tipo, ma ciascuna di incerta identità, arcipelago di io separati contraddittori e fragili: l’alcolista razzista, mite e generoso; il dotto che ha letto tutti i libri ma è paralizzato dall’abulia; il funzionario del KGB che si scopre saggio paternalista e dissidente; il capellone perturbatore dell’ordine che nella sbronza si rivela un erudito. Due sole convinzioni illuminano il protagonista-narratore: l’ostilità verso la santità, cioè l’idea che il bene sia facile, naturale e riconoscibile; l’avversione contro ogni attivismo. Finché a sconvolgere quella folle armonia, alcolica e dissipata, piomba la moglie che sta per lasciare l’URSS alla volta di Chicago, approfittando di uno spazio apertosi per l’emigrazione. E le peripezie di Parco di Puškin mostrano il loro senso vero: la riflessione drammatica, di un grande scrittore, sul rapporto con la propria patria, con la propria lingua, col potere.