In quegli anni e in quei luoghi dove tutti avevano «paura perfino della loro ombra», quando la turbinosità spettrale degli eventi raggiunse l’apice, nella Russia dove i bolscevichi da poco erano al potere e dove tutti sospettavano di tutti, si avvia la catena inesorabile dei fatti raccontati in questo romanzo. All’interno di una generale caccia all’uomo, seguiamo la caccia di un singolo da parte di un singolo, una partita segreta, incalzante, ossessiva. Dalla Russia alla Turchia, alla Francia, all’Italia, a Vienna continua a rotolare l’invisibile «melina» di cui parla una canzone. E nessuno sa dove finirà. Intanto cadono vittime inconsapevoli sulla strada dell’inseguitore, che le guarda appena, perché fissa nella mente ha l’immagine della sua preda, «che attraversava la vita col frustino in mano, azzimato e sporco di sangue, l’assassino profumato…».
«Della parola “genio” si è abusato a lungo, sino a farle perdere senso e valore, altrimenti avrei definito questo libro “semplicemente geniale”» scrisse Ian Fleming a Perutz a proposito di Tempo di spettri. L’inventore di James Bond vi aveva subito riconosciuto la prova magistrale di un’arte del suspense spinta all’estremo. Ma c’era anche qualcosa di più: in questo romanzo, che si presenta come una pura, sinistra scansione di eventi, un metafisico fuoco fatuo li accompagna tutti, senza mai essere nominato, sfuggente e sovrano.
Tempo di spettri apparve per la prima volta a puntate nel 1928 su un giornale berlinese e fu subito accolto da uno strepitoso successo.
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Leo Perutz – Di notte sotto il ponte di pietra
Magia e alchimia nella Praga di Rodolfo II e di Rabbi Low, il creatore del Golem
Kafka, Franz – Il processo (Mondadori)
Josef K. condannato a morte per una colpa inesistente è vittima del suo tempo. Sostiene interrogatori, cerca avvocati e testimoni soltanto per riuscire a giustificare il suo delitto di “esistere”. Ma come sempre avviene nella prosa di Kafka, la concretezza incisiva delle situazioni produce, su personaggi assolutamente astratti, il dispiegarsi di una tragedia di portata cosmica. E allora tribunale è il mondo stesso, tutto quello che esiste al di fuori di Josef K. è processo: non resta che attendere l’esecuzione di una condanna da altri pronunciata.
Robert Walser – Storie che danno da pensare
«Miniaturista per eccellenza, sensibile, attento e nel contempo spiritoso, Walser riesce a comporre in modo assolutamente disinvolto e involontario gioielli di prosa perfetti, ciascuno dei quali possiede la rotondità e la purezza di una poesia». Così scriveva Stefan Zweig, e il suo giudizio non potrà che essere condiviso dal lettore di “Storie che danno da pensare”, raccolta di prose – divagazioni letterarie, bozzetti, apologhi – composte tra il 1906 e il 1912, durante il «periodo berlinese». Sono pagine dense e leggere al tempo stesso, in cui qualsiasi oggetto d’osservazione, per un istante, può apparire sotto una luce di rara intensità: dall’”Arlesiana” di van Gogh alle ballerine russe, dall’ingresso dei pantaloni nella moda femminile alla cucina. Walser ci parla della natura onirica del teatro, e anche la sua prosa assume la sostanza dei sogni; ci dice che l’interprete di Kleist «deve aver imparato a danzare con le labbra», e anche la sua penna prende a danzare. E ci trasporta nella vita berlinese del primo Novecento, contemplata con l’occhio avido dell’immigrato dal microcosmo elvetico: «Qui nella metropoli si percepisce bene come vi siano ondate di intelligenza che passano impetuose sopra la vita di una società, pari a un lavacro». Occhio al quale non potranno sfuggire i tipi umani, fissati per sempre in ritratti irresistibili come quello di Kutsch, lo pseudoartista: «Ha sempre paura che qualcuno possa farsi beffe di lui, ma ci sono certe persone che si possono ritrarre fedelmente solo facendosi beffe di loro».
Arthur Schnitzler – Il libro dei motti e delle riflessioni
Tra il 1924 e il 1927 Schnitzler riordina con passione aforismi vecchi e nuovi in cui racchiude, con il gusto del frammento che caratterizza il suo pensiero, una visione del mondo e una poetica. Piace lo stile, la ricchezza dei temi, la varietà delle prese di posizione su problemi artistici, morali e religiosi, le relazioni tra i sessi, la società del tempo, giudicata da Schnitzler con rigone e ironia.
Gustav Meyrink – L’angelo della finestra d’Occidente
L’insuperato modello dei romanzi esoterici. Nell'”Angelo della finestra d’Occidente” Meyrink inscena la biografia di un alchimista realmente vissuto – quel John Dee che fu matematico e cultore di discipline ermetiche, magiche e astrologiche sotto il regno di Elisabetta I d’Inghilterra -, ma in modo da evocare gli stadi di un vero e proprio processo alchemico in cui morte e rinascita sono momenti progressivi per accedere all’autentica conoscenza. Così, quando John Dee si ridesta nell’ultimo discendente della sua stirpe, il barone Müller, intorno a costui riappaiono – in una fantasmagoria terribile e nitida – le forze e i personaggi che, già secoli prima, avevano aiutato o ostacolato l’antenato nella ricerca della pietra filosofale. In un fatale gioco di sdoppiamenti il barone Müller rivive l’arresto di John Dee nella Torre di Londra, la liberazione ad opera di un’Elisabetta sedicenne e non ancora regina, gli esperimenti alchemici condotti insieme a Edward Kelley (medium dalle orecchie mozze ed emissario in terra del mendace angelo della finestra d’Occidente), la fuga dall’Inghilterra dopo l’incendio del castello di Mortlake e l’ospitalità dell’imperatore Rodolfo in Boemia. Ma la via alchemica in grado di assicurare a corpo e anima l’immortalità può compiersi solo attraverso la conquista della “donna occulta”, la Regina dei filosofi – dunque non Elisabetta, che John Dee aveva voluto possedere per violenza d’incantesimo, né la principessa Assia Chotokalugin, dai gialli occhi di pantera, alla cui malìa soggiace il barone Müller, bensì il perfetto “androgino spirituale”, in cui si compone l’antico contrasto fra culti olimpici virili e culti tellurici legati a divinità femminili ingorde e divoratrici.
Consiglio a cura di Athanasius
Gregor Von Rezzori – La morte di mio fratello Abele
La morte di mio fratello Abele mette in scena, la storia e lo spirito europei in uno spazio temporale che procede dalla fine della prima guerra mondiale sino agli anni ’60, con un continuo andirivieni cronologico tra i grandi drammi dell’Europa, di cui l’io narrante, uno sceneggiatore cinematografico che attende all’opera letteraria della propria vita, è testimone nel passato della memoria e nel presente di una miriade di appunti, di testi, di documenti, che con tormentato lavorio cerca di ridurre a unità, trasformandoli nel grande romanzo che deve scrivere.
Consiglio a cura di Athanasius
Elias Canetti – La lingua salvata. Storia di una giovinezza (1905-1921)
Fin dal suo apparire, nel 1977, questa «storia di una giovinezza» è stata accolta da molti come un «classico immediato», uno di quei libri destinati a restare, che coinvolgono profondamente ogni specie di lettori. Con la sua prosa limpida, tesa, vibrante in tutti i particolari, Canetti è qui risalito ai suoi ricordi più remoti, cercando di ritrovare nella propria vita quella difficile verità che solo il racconto può dare. Dopo aver vagato per decenni fra migliaia di miti, di fiabe, di trame, si è rivolto a quell’unica storia che per ciascuno di noi è la più segreta ed enigmatica: la propria.
Elias Canetti – Il frutto del fuoco. Storia di una vita (1921-1931)
La realtà tumultuosa e febbrile degli anni Venti, fra la Vienna di Kraus e la Berlino di Brecht – un periodo in cui «ciò che si abbatteva sugli uomini era più che un grande disordine, erano come tante esplosioni quotidiane». L’educazione sentimentale e intellettuale di uno scrittore che ha sempre voluto e saputo «tenere unito ciò che si frantumava in mille schegge».